L'Italia della convivenza

Molto spesso i migranti prima di essere discriminati nei fatti lo sono nel linguaggio che si usa per descriverli ed etichettarli: immigrati, extracomunitari, disperati, clandestini, irregolari, badanti. Si parla di devianza degli immigrati, di questioni di ordine pubblico, di emergenza stranieri, dell’esasperazione degli onesti cittadini italiani, del carico di disperati, dell’invasione dei profughi. Parole ed espressioni, queste, che veicolano la rappresentazione dei migranti come un problema, da risolvere con soluzioni di controllo, repressione, espulsione.
Eppure, lo spostamento di persone da una parte all’altra del mondo non è una novità dal punto di vista geopolitico, poiché la spinta alla mobilità è una caratteristica dell’uomo precedente anche alla scoperta del “Nuovo Mondo”, che ha visto la nascita delle prime grandi migrazioni transoceaniche costituite da circa 2 o 3 milioni di europei e da circa 7,5 milioni di africani deportati come schiavi. Ma la mobilità non è soltanto una caratteristica dell’essere umano, è anche un diritto, riconosciuto dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948, allorquando all’articolo 13 afferma che ogni uomo ha diritto di lasciare il proprio Paese.

Non si nega che le migrazioni possano creare conflitto, “ma il conflitto, se non degenera in violenza, è sempre un’opportunità” (Bobbio A., Famiglia Cristiana, 11 maggio 2003).
La nostra società e la cultura dominante, spesso, tendono a creare barriere contro l’altro, che viene percepito come “diverso”, e quindi come una minaccia. Barriere che vengono alimentate dal linguaggio, come veicolo di concetti e immagini che contribuiscono a definire approcci e visioni.
Il termine immigrato, per esempio, di per sé non possiede una valenza negativa o positiva, tuttavia troppo spesso è associato a chi è fuori dal proprio gruppo (outsider) e vuole (con la forza, l’inganno, il vittimismo) entrare: colui che vuole accedere alla nostra terra, minaccia la nostra società, i nostri valori, il nostro benessere, le nostre città, le nostre case, i nostri figli e le nostre figlie. Prendendo in prestito le parole di Kafka, la persona migrante “non è del Castello, lei non è del paese, lei non è nulla. Eppure anche lei è qualcosa, sventuratamente, è un forestiero, uno che è sempre di troppo, è sempre fra i piedi, uno che vi procura un mucchio di grattacapi, che vi costringe a sloggiare le fantesche, che non si sa quali intenzioni abbia”.
Nasce così e si rinforza la sindrome dell’assedio, sottolineata dall’uso di parole come sbarchi, emergenza, invasione, esodo, disperati. Noi siamo la società ospitante, e quindi loro gli ospiti, che prima o poi se ne andranno; noi siamo gli albergatori e loro i nostri visitatori.
Inoltre, il termine immigrato non tiene conto della dimensione d’insieme del fenomeno migratorio, non considera i Paesi di partenza, di transito e di arrivo, non riconosce ai migranti il loro ruolo transnazionale nell’organizzazione dei legami geopolitici tra i Paesi coinvolti nei flussi migratori. Siamo tutti migranti tra migranti: in qualsiasi momento possiamo essere noi stessi emigrati, oriundi, stranieri, regolari, irregolari, clandestini, nativi. Il mondo è tutto in movimento, in cammino, disperso e riunito. Prevale invece un’ideologia dell’invasione, che ingrandendo i numeri crea allarme sociale o minimizzandoli non accoglie il senso di insicurezza delle persone, che non conoscendo l’altro attivano, naturalmente, processi di categorizzazione e stereotipizzazione spesso negativi.
Clandestino significa criminale, non in regola; un individuo invisibile per le leggi, ma reale nel territorio, che può, anzi deve, essere espulso, cacciato, escluso; una “non persona” sospesa, in attesa di un decreto flussi, di una regolarizzazione da parte del datore di lavoro. Il migrante diviene così un problema, e nello specifico un problema di sicurezza, legato a tutte le dimensioni del vivere quotidiano. Il senso comune “vede lo spaccio al dettaglio, ma non le organizzazioni che lo alimentano; protesta contro i viados o le prostitute straniere, ma non vede i clienti, gli affittacamere o gli albergatori compiacenti; si accanisce contro ambulanti e lavavetri, ma, salvo eccezioni, non è capace di vedere il lavoro nero degli stranieri, oppure, se lo vede, non vede quello degli italiani” (Dal Lago A., 1999, Non persone. L’esclusione dei migranti in una società globale).
Il significato della ricerca realizzata dall’Associazione Nuovo Welfare, che qui presentiamo, è stato quello di adottare la “metodologia del dubbio” (Tentori T., 1989, Il rischio della certezza) e di mostrare, attraverso lo strumento narrativo, che è possibile guardare in un altro modo al fenomeno migratorio, portando all’attenzione buone prassi, quotidiane, comuni, spesso sconosciute, di inclusione e di crescita della collettività.
L’obiettivo del lavoro, commissionato dal Forum Immigrazione del Partito Democratico, è stato il racconto di una “Italia della convivenza”, attraverso l’individuazione di buone prassi, esistenti sul territorio nazionale, di inclusione sociale delle persone straniere migrate nel nostro Paese. L’indagine ha avuto, quindi, come oggetto politiche, piani, servizi, interventi, progetti di inclusione sociale delle persone straniere, realizzati nel nostro Paese da soggetti pubblici, privati e/o del terzo settore, che si potessero configurare come buone prassi sulla base di una serie di indicatori di valutazione elaborati dal gruppo di ricerca.
Nell’elaborazione linguistico-concettuale, l’inclusione rappresenta, oggi, la fase più evoluta del modo di stare dentro di un cittadino nella vita di una comunità, sia essa di origine o di arrivo. Nonostante nel linguaggio comune spesso vengano utilizzati in maniera interscambiabile i termini di inserimento, integrazione e inclusione, al contrario essi identificano realtà ben diverse tra loro. Se nel passato ha prevalso il concetto, essenzialmente unilaterale, di inserimento come adattamento del migrante alla società di arrivo, oggi prevale un concetto bilaterale di inclusione, che si fonda sull’interazione tra migranti e autoctoni, attraverso lo scambio socio-culturale, e sulla partecipazione del cittadino straniero alla vita della comunità.
La modalità di stare dentro la società si può, quindi, identificare come un continuum ai cui estremi troviamo, da una parte, la segregazione (esclusione) e, dall’altra, la piena e attiva partecipazione (inclusione). Da questo punto di vista, l’inclusione è un risultato, ma è anche un processo, che si realizza nel tempo ed è multidimensionale, ossia riguarda tutte le dimensioni della vita di una persona (politica, economica, sociale, culturale, civile). Ciascuna di queste dimensioni rappresenta un grado diverso di inclusione. Si può raggiungere un’elevata inclusione nel tessuto economico-produttivo e una scarsa o assente inclusione sociale o politica. Solo quando ogni singola dimensione risulta ben rappresentata nella vita delle persone si può parlare di reale inclusione e piena partecipazione alla vita della comunità, altrimenti si fa riferimento a “gradi di inclusione”.
Spesso le riflessioni sulle migrazioni si focalizzano sulle situazioni di emergenza o marginalità, trascurando la sempre più diffusa vita ordinaria di chi sperimenta quotidianamente l’integrazione, nella scuola, nel lavoro, nelle relazioni sociali, e necessita del sostegno di politiche, sistemi e servizi, ma anche di approcci culturali e comunicativi, che siano in grado di garantire il passaggio all’inclusione.
Lo studio ha raccolto 42 buone prassi tra quelle esistenti sul territorio nazionale aventi come filo conduttore l’obiettivo dell’inclusione dei migranti stranieri nella nostra società. Non sono state trascurate nell’indagine situazioni di conflittualità e/o di estrema marginalità. Ma l’intento è stato quello di individuare politiche, piani, servizi, interventi, progetti, sia pubblici che privati profit o non profit, in grado di rispondere alla conflittualità producendo una crescita e un arricchimento della comunità locale in un’ottica multiculturale e di sviluppo, o di intervenire nei confronti dello sfruttamento, sessuale e/o lavorativo, dei migranti a opera della criminalità organizzata per restituire dignità e rispetto dei diritti umani alle vittime e favorire percorsi che non si arrestassero alla protezione ma tendessero all’inclusione.
L’espressione multiculturalismo non è stata utilizzata per indicare la semplice coesistenza di culture diverse, giustapposte ma non dialoganti. Al contrario è stata intesa come il risultato della costruzione di una società plurale, fondata sul rispetto delle differenze, ma soprattutto sulla condivisione delle regole attraverso la partecipazione attiva di tutte le sue componenti.
Le pratiche complessivamente raccolte sono così distribuite territorialmente: 15 al Nord, 10 al Centro, 14 al Sud e 3 trasversali che riguardano tutta l’Italia.
L’approccio adottato nello studio non considera il migrante come un oggetto esterno da inserire, né come un individuo marginale da sostenere, ma al contrario come un soggetto attivo, una persona capace di costruire reciprocità, relazioni paritarie e sviluppo per la comunità, se messo nelle condizioni di attivare le sue risorse e potenzialità interagendo con un contesto inclusivo.
Nell’individuazione delle buone prassi sono state, quindi, selezionate quelle politiche, piani, servizi, interventi, progetti che mettessero i migranti nella condizione di poter fare, costruendo in prima persona non solo il proprio progetto di vita, ma partecipando anche allo sviluppo della comunità locale. Contributo, quest’ultimo, che non si misura solamente come apporto al Prodotto Interno Lordo, ma soprattutto in termini di miglioramento della qualità della vita e del benessere di una collettività, nel rispetto delle differenze e dei diritti umani di ognuno.
A tale scopo, le pratiche raccolte in questo studio si collocano al di fuori di una logica meramente assistenzialistica, ma operano per favorire l’empowerment dei migranti, ossia la consapevolezza e la forza per costruire e sviluppare in maniera autonoma il proprio cammino e per assumere e agire un ruolo attivo nel contesto territoriale. Tuttavia, così come esiste un empowerment individuale, della persona, esiste anche un empowerment collettivo, della comunità. Dunque, da un lato, sono state selezionate pratiche in grado di favorire l’empowerment del singolo migrante affinché possa costruire il proprio futuro. E dall’altro sono state individuate quelle pratiche capaci di far crescere il contesto intorno alle persone, diffondendo la cultura delle differenze, migliorando il sistema dei servizi, garantendo il rispetto e l’esercizio dei diritti, al fine di produrre inclusione e benefici reciproci, sia per il singolo, autoctono o migrante, sia per la collettività.
Il primo percorso di empowerment è psicologico; il secondo è politico. Il primo è personale, e ha a che fare con la capacità di prendere in mano la propria vita, di scegliere, di esprimersi, di essere sé stessi. Il secondo è sociale, e riguarda gli strumenti forniti dal mondo esterno, che non sono solo mezzi tecnici, ma soprattutto scelte politiche per la costruzione di una società capace di pensare all’altro e di includere tutti, nonostante le differenze, anzi considerandole una ricchezza.
Il metodo adottato nell’indagine è di tipo qualitativo e consiste nello studio di casi. Il case study è stato utilizzato in questa ricerca per favorire l’esplorazione di casi particolarmente significativi, ma poco conosciuti e indagati; per rendere familiare ciò che non lo era e più comprensibile ciò che si conosce, individuando elementi comuni di descrizione e di confronto; per costruire un linguaggio comune; per diffondere i risultati e gli impatti di politiche, piani, servizi, interventi, progetti realizzati nel nostro Paese; per individuarne le ragioni del successo e gli elementi di criticità; per rappresentare la realtà sotto forma di narrazione.
L’analisi ha perseguito una duplice finalità: esaminare nel dettaglio soluzioni e potenzialità delle esperienze territoriali di inclusione dei migranti a partire da alcuni casi di successo e favorire la circolazione di idee, approcci, strumenti capaci di sostenere lo sviluppo di iniziative innovative in tutto il territorio italiano.
Per la selezione dei casi di studio, e quindi delle buone pratiche da analizzare e raccontare, è stata definita preliminarmente una griglia di indicatori che potesse guidare nel processo di selezione, raccolta e narrazione delle buone prassi esistenti sul territorio nazionale.
L’unita di analisi della ricerca è rappresentata dal caso, ossia dalla buona pratica, valutata tale sulla base dei criteri individuati. Ogni pratica prevede una o più azioni integrate tra loro e tende all’inclusione dei migranti nella comunità.
Nel corso dell’indagine, l’attenzione è stata concentrata sulle esperienze più innovative, dal punto di vista dell’approccio adottato, della metodologia e/o degli strumenti utilizzati, delle finalità perseguite, dell’organizzazione e/o delle tecnologie implementate.
Una delle prime riflessioni, nello studio dei casi, ha riguardo il “perché” della pratica, ossia le motivazioni che hanno spinto alla sua realizzazione, compresa la capacità di incidere su situazioni pregresse di conflittualità sociale, discriminazione, violenza ed esclusione. Si è, dunque, analizzata l’appropriatezza della pratica studiata rispetto al contesto di riferimento e sono stati evidenziati i benefici ottenuti dai singoli e dalla collettività. Uno dei criteri di valutazione adottato è stato, infatti, quello della reciprocità; e in questa direzione sono state escluse quelle azioni rivolte unicamente ai migranti che non portassero all’inclusione sociale e quindi a benefici per l’intera comunità.
Ulteriori elementi di valutazione delle pratiche sono stati quello della partecipazione attiva del singolo migrante e quello del coinvolgimento della comunità locale. Non sono state, quindi, selezionate pratiche di tipo puramente assistenzialistico, che pure in alcuni casi si rivelano indispensabili nelle politiche di prima accoglienza, a vantaggio di esperienze che fossero in grado di incoraggiare processi di empowerment del singolo e della collettività. Inoltre, se è vero che sono state prese in considerazione, senza alcuna distinzione, le esperienze ideate e realizzate sia da enti pubblici che da soggetti privati, profit o non profit, è anche vero che sono state privilegiate quelle pratiche capaci di fare rete, di favorire l’integrazione tra le istituzioni e i soggetti attivi nella società civile e di promuovere la partecipazione dei singoli membri della comunità locale.
L’inclusione, che non è né inserimento né integrazione, ha rappresentato il criterio principe di valutazione delle pratiche, che sono entrate nell’analisi solo nella misura in cui le loro azioni tendessero appunto all’inclusione e fosse possibile riconoscerne il conseguimento.
Sono poi stati utilizzati i criteri di sostenibilità e continuità delle pratiche: sono state considerate solamente le esperienze ancora attive nel 2010 e avviate da almeno un anno.
Infine, si è prestata attenzione alla replicabilità delle diverse prassi locali in altri contesti territoriali, al fine di delineare possibili indirizzi futuri.

 

 
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L’indagine è stata diretta da Daniela Bucci e realizzata da Vanessa Compagno, con la collaborazione di Marica Regnicoli e Silvia Spatari. Articolo pubblicato su WOL - Welfare On Line, Numero Speciale, Febbraio-Marzo 2011

Le buone prassi raccolte possono essere consultate e scaricate dal sito dell’Associazione Nuovo Welfare, chi volesse invece acquistare il libro “L’Italia della convivenza”, con la possibilità di stampare copie personalizzate, può contattarci scrivendo a info@arteastudio.it o telefonando al numero 06.83961104.